IL MUSEO "L. GUIDI"

Già un decennio prima della costituzione del Museo Guidi, una serie di interventi dimostrano l’interesse da parte del Prof. Bedosti a una valorizzazione museale del patrimonio scientifico storico.

Dopo l’intervento al 1° Convegno sui Problemi Naturalistici Marchigiani con una relazione su "Il problema dei musei scientifici nelle Marche" tenuto a Cagli il 19 settembre 1972, egli organizza a Pesaro dal 26 ottobre all’8 novembre dello stesso anno una mostra di reperti dell’Osservatorio Valerio.

Il 20 febbraio del 1974 partecipa ad un incontro tenuto ad Ancona presso l’Amministrazione Regionale sulla legge n. 73 "Tutela dei beni culturali" trattando de "Il concetto anche scientifico dei beni culturali".

Nello stesso periodo, l’osservatorio risulta inoltre meta di visite soprattutto da parte di scolaresche (escludendo le attività di sussidio all’Istituto Tecnico documentate per le direzioni Guidi e Calvori, la notizia più antica di cui si ha traccia fa risalire al maggio 1960 le guide al Valerio per gruppi scolastici). Questo tipo di utilizzo divulgativo dei beni del Valerio continuerà fino a che l’adeguamento alle norme di sicurezza non consiglierà la sospensione delle attività (1993).

L’istituzione del Museo scientifico "Luigi Guidi" presso l’Osservatorio Valerio avviene con delibera di giunta n.1524 del 5 luglio 1983.

Le motivazioni di questa operazione possono essere rintracciate nei seguenti stralci della relazione approntata dall’Assessorato alla Cultura per l’approvazione della delibera.

"... Parallelamente a questa attività scientifica ve ne è un’altra, o ve ne dovrebbe essere, di carattere più culturale che andrebbe sostenuta e incrementata.

Esiste nella nostra provincia una tradizione di musei e collezioni scientifiche che risale al ‘700; nonostante ciò la città non possiede ancora un luogo ove raccogliere, ordinare e valorizzare il materiale e i documenti scientifici utili a studi e ricerche. Va sottolineato d’altronde che non c’è un museo scientifico in tutta la regione, fatta eccezione per quello Polare di Zavatti, attualmente oggetto di penosi diverbi.

L’Osservatorio possiede ormai una raccolta di apparecchiature e di materiali piuttosto consistente e comunque molto interessante. Ad esempio il sismografo Agamennone dell’inizio del secolo; 40 apparecchi di fisica, quasi tutti dell’800, donati dal Liceo Classico; il tronco fossile di Villa S.Martino di 4 mila anni; altri importanti fossili e oltre 2 mila selci preistoriche; una zanna di animale preistorico, ecc.

Questo materiale può già costituire il primo nucleo di un museo scientifico cittadino, al quale potrebbero aggiungersi via, via, le moltissime apparecchiature inutilizzate conservate nelle scuole della provincia e le numerose collezioni storiche di fossili e minerali, la più importante delle quali è quella lasciata dallo scienziato Luigi Guidi.

Per queste ragioni si chiede di istituire presso l’Osservatorio Valerio di Pesaro un Museo Scientifico e di intitolarlo a Luigi Guidi, fondatore nel 1861 del Valerio, meteorologo e ricercatore valente, nonché membro della Accademia di Francia.

Un museo, dunque, che possa porre le prime basi organizzative per lo sviluppo della cultura scientifica nella città.

A proposito di questo importante problema si vuole ancora aggiungere che intervenendo adeguatamente sulle attuali strutture del Valerio, si possono ricavare gli spazi necessari al museo e ad altre attività di studio e ricerca. ..."

La realizzazione e la gestione del museo presenta diversi aspetti che fanno emergere un’ampia gamma di considerazioni.

La sua costituzione è improntata all’insegna dell’improvvisazione. In primo luogo manca uno studio di fattibilità che indichi non solo un progetto di riferimento nel quale contestualizzare le attività ma anche le modalità esecutive dell’operazione che si va ad intraprendere. Neanche la delibera, aldilà di dichiarazioni generiche, fornisce chiarimenti in tal senso. La confusione è aggravata inoltre dal fatto che non è stato approntato un elenco dettagliato dei materiali che vanno a formare la raccolta. In fin dei conti solo quelli riportati come esempio possono dirsi a pieno titolo facenti parte del museo. E ancora: quali sono i confini, ammesso che vi debbano essere, tra museo e osservatorio?

Per quanto riguarda l’aspetto esecutivo è facile rilevare come non siano stati presi in considerazione i più elementari criteri museografici. Non solo deve lamentarsi l’assenza di un inventario aggiornato e di un’opportuna schedatura, ma persino la disposizione e l’esposizione degli oggetti presentano aspetti discutibili.

Da testimonianze raccolte, risulta tra l’altro che, non essendo mai stato fatto uno studio accurato sulle apparecchiature presenti, spesso ai visitatori venivano fornite informazioni sbagliate sulle funzioni d’uso dei vari pezzi e addirittura alcuni strumenti venivano confusi gli uni con gli altri! Né di grande aiuto è risultata la guida al Museo (Bedosti, 1985), la cui struttura e i cui contenuti porterebbero lontani nella discussione...

Ma la critica più forte che va mossa all’intera operazione trascende le modalità di attuazione ed investe la sua stessa necessità.

Non vi è alcun riferimento metodologico, né esperienza alcuna che possa confortare la pratica di scorporare la componente storica di un osservatorio. Al contrario! Il dibattito sul recupero del patrimonio storico nel settore scientifico tende a legare quanto più possibile le componenti antiche alla vita dell’osservatorio nel suo complesso. Questo non solo rende più solida l’identità della struttura moderna ma salvaguarda da spinte disgregatrici che potrebbero favorire la "cannibalizzazione" da parte di terzi. Si pensi, ad esempio, al pericolo che la collezione storico-scientifica di libri vada a costituire un fondo in una biblioteca più grande.

Le competenze su un tale tipo di beni presentano inoltre un carattere di spiccata disciplinarietà che, per la gestione di questa particolare realtà storico-scientifica, rende obbligata la scelta del soggetto ad essa più vicino. Essendo la struttura scientifica che ha partorito questo patrimonio e che può mettere a disposizione le conoscenze dottrinali più adeguate, l’osservatorio deve essere il protagonista di qualsiasi iniziativa; la creazione di una struttura autonoma indica una direzione che porta alla cristallizzazione di una componente che viene così consegnata, snaturandola, a un ambito di competenze, quelle preposte alla conservazione dei beni culturali, che devono essere complementari e non primarie. In estrema sintesi, creare un museo può voler dire dichiarare morti e rendere monumento degli elementi che possono benissimo avere ancora molto da dire nella ricerca scientifica.

Che questo approccio al problema rappresenti l’orientamento di chi è chiamato a confrontarsi con questo tipo di problematiche è documentato da un’ampia letteratura (Miotto et al. 1989, Ferrari 1990, Mandrino in press). Si vuole citare come riferimento le recenti esperienze di due grandi osservatori astronomici come quelli di Bologna e di Milano. In nessun caso si è proceduto a costituire un museo; nel caso di Brera, addirittura, il percorso è stato inverso: gli strumenti storici sono stati arricchiti da quelli ottenuti dal Museo della Scienza e della Tecnica di Milano (Mandrino et al. 1987)!

 

In ultima analisi, l’operazione "Museo Guidi" è risultata, nell'opinione di chi scrive, una semplice etichetta, non confortata dai trend metodologici, apposta su un contenitore malamente organizzato e che ha generato effetti controproducenti sia verso l’esterno che verso l’interno. Ciò ha portato infatti alla propaganda diseducativa di informazioni incomplete ed errate e alla dicotomia delle competenze su museo e osservatorio tra due diversi assessorati.